Potrei scrivere un bel curriculum che inizierebbe con qualcosa come Mi chiamo Mattia Perico e sono nato il 27 settembre del 1996, ma io mi annoierei a morte a scriverlo e voi a leggerlo. La stessa cosa vale per la mission e la vision, le quali andrebbero sapientemente descritte in una pagina di presentazione che si rispetti. Perciò stringiamoci la mano in un patto e facciamo così, vi racconto una storia.
Una quindicina d'anni dopo mi iscrivo, al termine di cinque anni di Liceo Scientifico, alla facoltà di Economia Aziendale. Come vi sarà chiaro non avevo capito niente di me stesso.
Avevo appena iniziato il secondo anno e tutto sommato andavo anche benino, ma un giorno sono tornato a casa e c'era qualcosa che non andava. Ho preso il piano di studi pensando di aver sbagliato a compilarlo. E invece no. Di corsi che veramente avrei voluto fare non ce ne erano proprio. Davanti ad una situazione del genere una persona può comportarsi in due modi: andare avanti, sicura che è un momento di sconforto passeggero, oppure fare una scelta affrettata rischiando di buttare via tutto quello che ha fatto fino a quel giorno. Logicamente scelsi la seconda. Il giorno dopo ero uno studente iscritto alla facoltà di Lettere dell'Università di Bergamo. Due anni e mezzo dopo mi laureavo, ma soprattutto avevo acquisito un amore per quello che stavo facendo che mai avrei sperato. Così mi sono iscritto alla magistrale.
Chi sono
Da piccolo, tutti i sabati andavo a trovare mia nonna nella città vicino alla mia. La macchina di mio padre era una Ipsilon 10 di diciassette anni e non aveva la radio: come potrete immaginare il tempo in macchina non passava più. Così spesso giocavamo alle attinenze o a quel gioco dove bisogna dire una parola che inizi con la sillaba finale di quella prima. Ma i miei viaggi preferiti erano quelli in cui mi raccontava la Storia. La Storia era una strana formazione letteraria divisa in due parti, che occupavano rispettivamente l'andata e il ritorno del viaggio, e alla quale io assistevo rapito dai continui colpi di scena che si susseguivano e che sembravano crearsi nella mente di mio padre senza alcuno sforzo. Erano libri. Certo, famosi libri raccontati ad un bambino che non sapeva leggere.

Perché la scrittura creativa
È gennaio, mi mancano due esami e devo finire di scrivere la tesi di laurea triennale. Insomma ho parecchio da fare, ma sul gruppo di Facebook dell'Università leggo uno strano post: l'Ateneo sembra offrire un laboratorio di scrittura creativa, tenuto da un giovane professore di nome G. Raccis. Decido di partecipare, e anche qui c'è una ragione pregressa.
Al secondo anno di liceo si affronta il tema argomentativo, dopo un anno di temi narrativi fu una catastrofe. Non accamperò scuse e non tesserò gentili eufemismi: non ero capace. Adottai allora uno strano metodo ed iniziai ad inserire i miei striminziti temi argomentativi in una cornice, o a volte una intera trama, narrativa. Inizialmente ammetto che era per occupare spazio sul foglio di protocollo, ma poi ci presi gusto e anche il professore sembrava apprezzare. Fortunatamente ho avuto un professore del genere, in caso contrario non credo sarei andato avanti a farlo. Insomma, scrivere quelle "storie che davano una opinione" mi piaceva.
Eccomi quindi iscritto al laboratorio con enorme entusiasmo. Penso sia stata l'esperienza più bella che abbia mai vissuto in università, ma c'era una domanda che mi ronzava in testa: perché così tardi?
L'anno dopo inizio la magistrale e ho la possibilità di fare un tirocinio. Scelgo di creare un laboratorio pomeridiano per i ragazzi del Liceo Statale Galileo Galilei di Caravaggio, per provare a portare questa incredibile materia nelle scuole superiori. Sì, perché nel tempo che è trascorso dalla fine del laboratorio in Università ho avuto modo di pensare che ci vuole coraggio per scrivere quando hai quindici anni. Hai paura di non saperlo fare, che a nessuno interessi quello che scrivi, di essere troppo noioso o di fare troppo il gradasso senza dire nulla di sensato. Pensi che quelli che scrivono i libri siano dei superuomini, con un cervello che a mala pena sta rinchiuso nel loro cranio comunque più grosso del tuo. Invece no, sono persone che hanno avuto le stesse paure ma che le hanno superate.
Ecco perchè voglio portare la scrittura creativa nelle scuole superiori, sì per dare dei mezzi tecnici ai ragazzi, ma soprattutto per convincerli a scrivere e a mostrare a tutti le loro uova dorate.
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Al termine della spiegazione fornirò una consegna, un esercizio di scrittura da fare in classe in un tempo stabilito. Gli esercizi riguardano l'argomento trattato, ma sono delle linee guida da seguire per produrre qualcosa di personale. La scrittura è raccontarsi.
La parte finale della lezione gira attorno ad un momento di condivisione degli scritti, nel tempo rimanente infatti i ragazzi leggeranno a tutti il loro lavoro e io fornirò alcuni consigli, sempre cercando di coinvolgere tutto il gruppo. Non si valuta altro che il mettersi in gioco davanti ai compagni. La scrittura è coraggio.
L'ultima lezione verrà eseguita fuori dalle mura scolastiche in una struttura museale vicina. Uno dei cardini del laboratorio è infatti il legame che si instaura tra le diverse arti, fonte di ispirazione per un qualsiasi scrittore. La scrittura è apertura.
Come sono i laboratori
Al liceo ho sviluppato un cattivo rapporti con i professori non aperti al dialogo, e all'Università non ho cambiato idea. Non mi piace stare ad ascoltare passivamente, non fare domande e tenere la testa china sul quaderno con la paura di perdere una parola di un discorso monocorde sull'estetica kantiana. I miei laboratori vogliono essere il contrario di tutto ciò.
Come è naturale ci sarà un momento di spiegazione di alcune tecniche narrative, nel quale però tendo a dar più voce possibile ai ragazzi. "Ragazzi", non "alunni", perché il mio intento è quello di creare un ambiente informalmente corretto, dove poter dare sfogo alla propria fantasia senza remore alcune. La scrittura è libertà.
