Viaggio verso l'autodistruzione
Kassandra (4B)
Liceo Statale Galileo Galilei, Caravaggio

Sono su un ponte, non ricordo dove né come ci sono arrivata, non è alto, saranno due metri o poco più; “Mi dispiace” grido. Ricordo solamente la brezza tra i miei capelli ed un tonfo.
Sono Katy o almeno così ricordo di chiamarmi. Apro a stento gli occhi, bruciano, mi guardo intorno e vedo pareti bianche, sento anche un suono “Bip, bip, bip…”, non smette e non capisco da dove proviene. Provo ad alzarmi ma le mie braccia crollano e bruciano. Chiudo gli occhi e cerco di ricordare.
Era un sabato mattina, mi trovavo al mercato della città vicina alla mia, avevo quattro anni e mi guardavo intorno meravigliata, mi pareva un luogo pieno di fascino. Mi sembrava di ritrovare quella dimensione umana che la frenesia e la tecnologia del giorno d’oggi ci ha portato via. Era veramente piacevole osservare la frutta fresca e le verdure di stagione, vedere i colori variegati alternarsi. Come in ogni luogo anche qui l’ambiente era circondato dal suono vero e tipico, i venditori che chiamavano i clienti decantando ad alta voce le qualità della loro merce, creando un intreccio di parole e voci che risuonano per tutte le bancarelle. Anche gli odori dei prodotti della terra, i profumi del melone, dei funghi, delle caramelle o del pollo arrosto arrivavano al naso e proprio grazie all’olfatto, a volte, si sceglieva tale prodotto. Molti venditori poi attirano la clientela conquistandola con un "assaggino" del loro prodotto, puoi assaggiare del prosciutto dal salumiere, oppure un chicco d'uva o del melone dal fruttivendolo, gustando così quei sapori veri che solo la tradizione del mercato può ancora salvaguardare. Ma io ormai da dodici anni non provavo più quella meraviglia e nemmeno percepivo i sensi che da bambina adoravo. A quattro anni ero nel mercato di una città vicina alla mia. La mia mano sinistra era stretta stretta con quella di mia madre e dietro di me c’era mio padre. In pochissimo tempo la mia mano destra fu presa e quel braccio ormai ancorato al mio mi strattonava. Accorgendosi di ciò mio padre diede uno strattone a quella donna e iniziò a inseguirla, fino a quando non sparì dietro ad una bancarella, come se si fosse volatizzata. D’istinto piansi e mia madre si chinò affianco a me e mi guardò il braccio. Lo strattone della donna mi lasciò alcuni lividi, ma io non sentivo del male, provavo solamente paura.
“Se mi avesse rapita? Dove sarei ora? Come avrei fatto a lasciare la mia famiglia?” Queste domande ormai mi assillavano da dodici anni e oggi mi sentivo pronta per ritornare in quel luogo. A sedici anni e da sola mi stavo recando proprio dove dodici anni fa tentarono di rapirmi. Mi guardavo intorno come se fossi seguita da qualcuno. Mi sentivo osservata ma forse era solamente la paura ad oscurarmi la mente. Continuai a percorrere le bancarelle fino a quando una donna si avvicinò a me e mi disse: “Ma che ragazzina bella che sei, chissà come sei dolce, mi accompagneresti a quella bancherella?”. Non sapevo se fidarmi, mi sembrava strana, ma mi convinsi ad accompagnarla. Mi prese per mano e ci avviammo. La giornata finì così, con quell’incontro. Appena arrivata a casa pensai a chi potesse essere ed una reminiscenza mi apparve di fronte agli occhi e mi sentì presa in giro. “Chissà quanto tempo mi ha controllata.” Lei voleva me e non mi avrebbe mai avuta. Il giorno dopo andai dal parrucchiere, cambiamento radicale, caschetto corto e biondo ramato, non mi avrebbe più riconosciuta. Da quel giorno però la mia vita cambiò, e non solo per il taglio di capelli.
Il passato esiste solamente a livello interiore, materialmente non abbiamo nulla ma la nostra mente rimane impressa di ricordi. La memoria del passato non deve mai esser trascurata. E proprio per questo motivo voglio descrivere un viaggio, il mio, verso l’autodistruzione.
Ognuno a modo suo sfoga il proprio dolore. Ogni cosa è sintomo di una micro lesione, il mangiarsi le labbra, il mangiarsi le pellicine attorno alle unghie, tirarsi i capelli, mangiare troppo cibo sotto stress oppure addirittura saltare i pasti, fumare troppo, farsi continuamente docce calde…
Io non mi sentivo diversa, mi sentivo solamente sbagliata. E forse lo ero. Mi provocavo il vomito ogni qualvolta ingerivo qualcosa, qualsiasi cosa. Volevo poter indossare calze a rete senza sembrare una balena catturata dai bracconieri. Continuai quella pratica fino a quando non arrivai a quarantacinque chilogrammi e fino a quando i miei non iniziarono a farmi domande. Dopo una settimana che il mio segreto di ragazza bulimica era stato scoperto mi mandarono da uno psicologo. Il suo nome era Henry, giovane ragazzo intraprendente che amava il suo lavoro. Da quando mi conobbe, nonostante fosse il capo del reparto psicologico ha passato cinque giorni su sette, di ogni settimana, al mio fianco per assicurarsi che facessi ogni pasto senza provocarmi il vomito. Non bastava uno psicologo per fermare il mio tracollo.
Iniziai piantandomi le unghie nella pelle del polso. Non sentivo male, non sentivo niente. È come se stessi guardando un film e la protagonista non fossi io. Spesso mi bloccavo, stavo lì immobile, fissavo il vuoto e mi sentivo parte di esso. Che cosa volete che vi dica? Non avete la più pallida idea di come ci si senta quando tutto intorno a te sembra esser perfetto e tu pari essere l’unica imperfezione. È inutile che si continui a chiedere cosa c’è che non va. Sono io, io non andavo per nulla bene. Mi facevo schifo, Dio quanto mi facevo schifo. Non sapete nemmeno con quanto disprezzo mi sono sempre guardata allo specchio, con quale rabbia ho coperto tutti gli specchi di camera mia. Non dovevo guardarmi. Perché sì sono sempre stata così. Non mi avete mai vista come sto con le mie amiche, che sono tutte perfette e magre. Non mi avete mai vista pregare in silenzio di esser come loro mentre trattenevo le lacrime. Non mi avete mai vista mentre mangiavo né con quanto disprezzo e odio versavo nei confronti del cibo e nei miei, senza però riuscire a fermarmi. Non mi avete nemmeno vista mentre contavo le calorie e mi punivo per averle superate. Non avete mai visto con quanta forza e rabbia picchiavo la mia pancia. Né avete mai visto il sorriso che mi si formava sul viso quando vedevo i chilogrammi che scendevano sulla bilancia né la delusione che mi si leggeva negli occhi quando aumentavo di peso, anche per pochi ettogrammi. Non mi avete mai visto mentre mi guardavo schifata allo specchio per ogni centimetro di pelle che mi ricopriva. Non avete mai sentito la vergogna che provavo ad uscire a causa dello schifo che provavo verso me stessa. Non avete idea di come mi sentivo ad esser una costante delusione.
Henry iniziò a lasciarmi spazio, per lui ero guarita dalla bulimia ma non sapeva in quale altro baratro avevo messo piede.
Il primo taglio me lo procurai inconsciamente, ma con il passare del tempo non riuscì più a fermarmi. Ormai osservavo il sangue uscirmi dal corpo e sorridevo, compiaciuta. Fanno male quando ti vesti, quando ti fai la doccia, quando ti asciughi, quando ti spogli, fanno male sempre. Ma la cosa che fa più male è che ormai avete capito di cosa sto parlando. Il mio corpo pareva uno dei concetti spaziali di Luciano Fontana, colore predominante: rosso. Mi stavo occupando del dolore fisico, abbandonai il dolore interiore e il vuoto che provavo erano riempiti dai tagli. Erano poco profondi ed erano facili da nascondere. La gente mi vedeva una ragazza vivace, allegra, con molta voglia di fare e sempre entusiasta, la maschera perfetta. L’unico momento durante il quale potevo esser me stessa era quando vedevo il sangue uscire dai miei tagli. Le mie notti non erano blu, non erano cosparse di stelle. Erano rosso fuoco, cosparse di lacrime. Ogni notte era sempre la stessa storia, un bruciore nel petto e dei tagli per sentirmi meno sola, più perfetta.
Arrivò l’estate e non potevo mettermi in costume, avevo le cicatrici che mi decoravano il corpo, mi piacevano ma sicuramente non potevo destare sospetti. Passai la stagione in pantaloni lunghi e felpe leggere. Senza un centimetro di pelle visibile al mondo esterno.
Non mi sentivo viva. Non ero né felice né triste e per questo non ce la facevo più. Io conoscevo la grandezza della mia sofferenza, era semplicemente la totale mancanza di significato. Tagliarmi ormai era diventato il mio obiettivo giornaliero. Purtroppo poco prima dei miei diciotto anni venni ricoverata nel centro di Henry. Avevo toccato il baratro. Un semplice taglio, sul basso ventre, lungo dieci centimetri e mezzo e profondo, riuscivo a vedere gli agglomerati che formano il sangue. Ebbi bisogno di una quindicina di punti di sutura e mi ricoverarono.
Erano passate due settimane, i miei genitori erano venuti a prendermi, saluto gli infermieri e mi appresto a tornare a casa. Una volta salita in macchina metto le mie solite cuffie e mio padre avvia il motore. Dopo mezz’ora di strada mi accorgo che la strada non è quella per casa mia. “Dove stiamo andando?” “Tranquilla amore, ti troverai bene” risponde mia madre. So che ribattere sarebbe inutile, la decisione l’hanno già presa e non c’è modo di fargli cambiare idea.
Da fuori l’edificio sembrava bello, tre piani di struttura, un grande giardino con salici piangenti, panchine e fontane. Sulla porta c’era un cartello “Sei pronta a viaggiare?” così recitava. Mi avvicinai piano alla maniglia ma non ebbi le forze di aprire quella porta. Non feci nemmeno in tempo ad arretrare che una ragazzina mi aprì la porta invitandoci ad entrare. In piedi come se fosse una statua c’era Henry, con il suo solito sorriso, guardò rapidamente i miei genitori i quali mi abbracciarono asciugandosi qualche lacrima e uscirono, lasciandomi lì, da sola. Henry si avvicinò piano a me e prendendomi per mano mi portò in una stanza, era ben arredata e in mezzo vi era una scrivania ed un lettino. In un lampo capì dove mi trovavo, ero nel suo studio, ero nello studio di Henry. Mi sedetti sul lettino e lui in modo pacato mi disse: “Katy, penso già che tu sappia il perché sei qui. Abbiamo rimandato per un anno intero il tuo ricovero e sembrava che tu fossi forte per guarire stando al di fuori di questo luogo. Ora però, a causa della tua grave ricaduta ho concordato con i tuoi genitori che fosse meglio portarti qui.” Non credetti a quelle parole, mi sentì tradita, mi hanno tenuto nascosto tutto. Senza guardarlo in faccia mi alzai e corsi fuori, mi ritrovai di fronte ad un enorme salice piangente e mi sedetti al di sotto. La ragazzina che mi aprì la porta piano piano si avvicinò a me. “Ciao io sono April, ho quattordici anni e sono qui da un anno e mezzo. Capisco come ti senti, ricordo come se fosse ieri la difficoltà che dovetti affrontare il mio primo giorno di ricovero ma davvero questo è il miglior centro nel quale potessi capitare.” Non le chiesi il motivo per il quale fosse lì, mi limitai a presentarmi. Ci limitammo ad osservare il cielo, pensai a quanto avrei voluto che la mia mente fosse chiara come il cielo, che la mia mente fosse libera da ogni pensiero ossessivo, ma purtroppo non lo era.
Stava scendendo la sera e non lo sapevo perché stavo guardando il colore del cielo scurirsi ma perché la mia mente, quando si avvicina la sera, viene pervasa dai ricordi, belli e brutti che siano. E in quel momento stavo pensando al fatto che ora il mio viaggio iniziava seriamente. Ora dovevo rimboccarmi parecchie volte le maniche e vincere la mia battaglia. Dopo la cena April mi accompagnò nella mia stanza e dopo aver messo il pigiama mi misi a dormire.
Primo giorno
La sveglia qui suonava alle 6.30, la colazione veniva distribuita alle sette in punto, non un minuto in più, non un minuto in meno. Già a quell’ora la mia mente pensava a quando avrei sostenuto la mia prima seduta con Henry e quanto sarebbe durata la mia permanenza lì. In mensa April si sedette vicino a me e nel suo vassoio c’era solamente una semplice tazza di thè verde. La guardai bene, aveva il volto scavato, indossava dei pantaloni della tuta che sembravano essere tre/quattro taglie in più ed anche la felpa color bordeaux era particolarmente enorme. Ci misi poco a collegare tutto. April era anoressica. Non chiesi niente, mi limitai a mangiare la mia colazione e ad ascoltare April che mi aggiornava sugli incontri da fare il lunedì. Alle otto di mattina c’era un incontro nella sala comune dove noi ricoverati ci incontravamo per prendere gli appuntamenti settimanali con lo psicologo. I miei giorni erano il lunedì pomeriggio alle quindici, il mercoledì mattina alle dieci e il sabato alle dodici. Non potevo aspettare le quindici, dovevo parlare il prima possibile con Henry. Mi avvicinai piano al suo studio, ma mi immobilizzai di fronte alla porta. Non ero ancora pronta a parlare con lui. O forse avevo solamente bisogno di un suo abbraccio? Con la mano tremolante bussai. “Avanti” la sua voce era sempre la stessa, abbassai piano la maniglia ed entrai. “Katy ti aspettavo ieri sera… So che per te è difficile ma io sono sempre l’Henry che ti è stato affianco per un anno”. “Lo so, per questo sono qui. Ho bisogno del tuo aiuto e sono pronta ad affrontare questo viaggio verso la guarigione.”
Henry mi diede un diario da scrivere ogni qual volta mi sentissi giù oppure ogni volta che i pensieri mi assillavano la mente e un pennarello con il quale scrivermi sulle braccia o su qualsiasi parte del corpo sul quale sentissi il bisogno di provocarmi del male.
Giorno numero? Non ricordo più la data.
Piano piano la mia permanenza qui iniziava a piacermi. April aveva iniziato ad aprirsi con me e avevo scoperto il perché si trova qui: anoressia nervosa. Sta guarendo, così mi ha detto. Henry mi sta accanto ogni giorno, sta aiutando sia me sia April. Io e lei ci stiamo facendo forza a vicenda. Ho conosciuto altre ragazze, tutte qui per motivi diversi, tutte per qualche dipendenza.
La guarigione ha inizio nel preciso istante in cui rifiutiamo di portare con noi il dolore del passato e scegliamo di tornare e raggiungere la libertà. E ormai la mia guarigione aveva avuto inizio due o tre settimane fa, o da quando ho messo piede in questo edificio.
Giorno 365
È passato un anno. Sto per uscire. Il dottor Henry ha affermato che sono guarita, che siamo guarite. Io ed April stiamo mettendo le ultime cose in valigia, siamo pronte a vivere la nostra vita insieme.
Sarò davvero guarita? La mia autodistruzione ha avuto davvero fine?
Mi sono ricordata di quel ponte. Ho vent’anni e sono qui, sul ponte. Sta per passare un treno. Tra cinque minuti qui sotto passerà il treno diretto verso Roma. Sto pensando di saltare? Forse.
