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Gaia (2L)

Liceo Statale Galileo Galilei, Caravaggio

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Per sette interi minuti l’unica cosa che riuscii a fare fu rimanere rannicchiata in un angolo della mia stanza, completamente paralizzata dallo shock e dal dolore. Avevo appena ricevuto una telefonata da Elise, quella che per anni era stata la mia migliore amica. Mi aveva chiamata sul cellulare di mia madre, siccome quando l’anno precedente avevo cambiato numero, non avevo potuto darle quello nuovo. Era in lacrime.

«Elise cos’è successo?» le avevo chiesto.

«Max, devi tornare qui, subito.» aveva detto, singhiozzando.

«Sai che i miei genitori non mi permetteranno mai di tornare a Cartville dopo quello che è successo con Richelle.» avevo risposto, abbassando la voce per non farmi sentire da mia madre che si trovava nella stanza accanto.

Cartville era la mia città natale, non pensavo me sarei mai andata da lì fino a quando, l’anno precedente, i miei genitori non mi avevano ordinato di fare le valigie e salire in macchina. Mio padre aveva chiesto alla sua azienda di trasferirlo il più lontano possibile da Cartville. Il motivo? Richelle Morgan. Richelle era la mia ragazza, ero follemente innamorata di lei ed ero convinta che saremmo state insieme per sempre, ma anche questa volta mi sbagliavo. I miei genitori, omofobi e conservatori, avevano deciso che Maxine, tu sei una ragazza, non puoi avere fidanzata, le ragazze sono fatte per stare con i ragazzi e mi ordinarono di lasciarla, cosa che ovviamente non feci, allora loro mi portarono via. Durante i primi mesi cercai invano di scappare di casa e tornare indietro. Provai anche a cercarmi una nuova ragazza, solo per dimostrare ai miei genitori che non avevano risolto il problema cambiando città. Avevo conosciuto una ragazza carina, si chiamava Hanna, ma, nonostante non stessi più con Richelle, mi sentivo come se la stessi tradendo, così lasciai perdere. Cercai dimenticare Richelle, ci provai con tutta me stessa, ma non ci riuscii. Negli ultimi mesi aveva anche cominciato a mandarmi delle email, rendendo l’impresa ancora più difficile. Mi ero rifiutata di leggerle, mi faceva troppo male.

«Richelle è morta, Maxine.» mi aveva detto Elise. «Torna a Cartville, ti prego.»

I sette minuti cominciarono qui, per sette minuti rimasi in silenzio, nonostante Elise continuasse a pregarmi di dire qualcosa.

«Quando?» dissi, quando finalmente mi decisi a parlare.

«Ieri.» rispose.

«Come?»

«È stata investita al semaforo davanti alla stazione. È passata con il rosso.»

«Tornerò a Cartville.»

«Quando?» domandò.

«Ora.» risposi, prima di riattaccare. Non mi importava di quello che avrebbero detto i miei genitori, io sarei tornata a Cartville.

Riportai il cellulare a mia madre, poi, senza dire nulla, mi diressi verso la porta.

«Dove stai andando?» mi chiese mio padre, che aveva sentito dal salotto la serratura scattare.

«Vado a fare una passeggiata.» risposi, cercando di essere convincente.

«A Cartville?» chiese mia madre «Elise mi ha detto cosa è successo prima che io ti passassi il telefono.»

Maledizione, avrei dovuto immaginarlo!

«Sì, a Cartville.» risposi.

«Tu non tornerai in quella città. Non te lo permetteremo.»

«Tanto è morta!» urlai «Avete vinto. L’unica ragazza che io abbia mai amato è morta. Avete ottenuto ciò che volevate, bravi.»

Aprii la porta e corsi fuori. Mia madre disse qualcos’altro, ma non riuscii a distinguere le parole.

Corsi fino in stazione, rallentando solo quando dovevo attraversare la strada. Acquistai un biglietto per Cartville e guardai l’orario di partenza, avrei dovuto aspettare ancora quarantacinque minuti prima che il treno arrivasse. Mi sedetti per terra, appoggiando la schiena contro la parete, lanciando frequenti occhiate alla porta d’ingresso, per paura che i miei genitori potessero venire cercarmi. Non vennero.

Arrivò il treno, io obliterai il biglietto e salii. Trovai un vagone quasi vuoto, c’erano solo un uomo con un computer e una vecchietta. Decisi di sedermi lì. Presi il mio cellulare cominciai a leggere le email che Richelle mi aveva inviato, erano le ultime parole che lei mi aveva rivolto, dovevo leggerle.

“Hey, in realtà non so nemmeno perché ti sto scrivendo, probabilmente non risponderai. Mi manchi, Max, da morire.” La sua prima email cominciava così. “Elise, mi ha detto quello che è successo. Mi sento così in colpa, Max, ti hanno portata via a causa mia, se non fosse stato per me tu saresti ancora qui.”

“Come immaginavo, non hai risposto, probabilmente te lo impediscono.”

“Ti amo, Maxine.”

“Mi manchi, la mia vita è così vuota senza di te.”

“Dio. Maxine, perché è così difficile dimenticati? Io ho bisogno di andare avanti. Voglio essere felice. Non posso continuare così.”

“È inutile, non ci riesco. Non posso dimenticarti, io ti amo, Maxine.”

“Ti prego rispondi.”

Le avevo lette quasi tutte, quando la vecchietta si avvicinò a me con aria preoccupata. «Stai bene, cara?» mi chiese. No, non stavo bene. Ero scoppiata a piangere alla terza email, ero distrutta, il mio cuore era completamente a pezzi. «Sì, sto bene. Sto bene.» risposi, asciugandomi le lacrime e sforzando un sorriso. La vecchietta annuì, guardandomi dispiaciuta, poi tornò a sedersi.

Ricominciai a leggere e arrivai all’ultima lettera.

“Ti ho trovata, Maxine, ti ho trovata! Ho trovato il tuo nuovo indirizzo. Questo sabato prenderò il treno e verro da te. Sono così felice, Max!”

Elise ha detto che è stata investita ieri, davanti alla stazione. Ieri era sabato. Ieri era sabato e lei stava andando in stazione.

Era colpa mia, era tutta colpa mia. Lei era morta mentre stava venendo da me, era morta a causa mia.

A causa mia. A causa mia. A causa mia!

Il treno si fermò, era la mia fermata, ma non scesi. Non potevo tornare a Cartville e incontrare i suoi amici quando lei era morta per colpa mia.

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I racconti di Penna a Sfera sono frutto della fantasia dei ragazzi di scuola superiore che hanno partecipato al Laboratorio di Scrittura Creativa. Invito chi li legge a tenere conto di questa provenienza e a non utilizzarli a fini impropri.

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