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La macchina per scrivere

Emma (1B)

Liceo Statale Galileo Galilei, Caravaggio

La macchina per scrivere

I regali erano tutti disposti sotto l’albero nuovo di zecca. In un primo momento ho pensato che erano davvero tanti, ma poi mi è venuto in mente che lì dovevano esserci anche quelli per i nonni. Diamine. I miei e quelli per mio fratello erano disposti in bella vista davanti a tutti gli altri; quando li ho presi mi è quasi dispiaciuto rovinare quell’immagine così perfetta e natalizia. Sono stata soddisfatta di constatare che i libri che avevo chiesto c’erano tutti, esattamente nell’ordine e nel formato in cui li avevo chiesti. C’era anche qualche DVD. Niente male, anche se non avevo ancora scartato il regalo più bello. Sapevo che quell’enorme pacchetto in ultima fila era per me, ma ho pensato di tergiversare un po’ prima di scartarlo.

«Quello là per chi è?»

«Per la nonna. »

«No, quell’altro, quello rosso. »

«Quello rosso? Quello è mio. »

Era per mio padre. Dovevo essermi sbagliata, probabilmente il mio era quello con la carta da regalo blu. 

«Non c’è altro? » (Ovvio che c’era dell’altro. Mancava il mio regalo.)

«No. »

No. No. Che diamine voleva dire no? Io avevo chiesto una macchina per scrivere. Il più antica possibile. Dov’era la mia macchina per scrivere? 

Ora, chiariamo una cosa: sono una persona facilmente accontentabile. Regalatemi un libro e sono felice. Ma quando chiedo apertamente qualcosa, e mi aspetto di riceverla, e poi non la ricevo, ci rimango molto molto male.  Quel Natale la mia reazione non è stata esagerata: mi sono chiusa in camera e non ho aperto a nessuno per tutto il giorno. Non ho nemmeno mangiato. Continuavo a pensare alla dannata macchina per scrivere. Perché diavolo non l’avevo ricevuta? 

Alle undici sono stata costretta ad aprire per far entrare mio fratello che stava praticamente dormendo in piedi. Ho richiuso subito la porta, comunque, e ho acceso il mio portatile con il suo russare in sottofondo. Sono andata su E-bay e ho digitato “macchina per scrivere usata”, poi ho preso a scorrere i risultati finché, intorno alle due, non ho trovato l’annuncio di un tale che abitava a due isolati di distanza e voleva vendere una Olivetti degli anni ’50. Avevo bisogno che fosse vicino perché avevo esaurito la mia carta di credito e non potevo comprare niente online. Ho telefonato tutta eccitata e ho passato un po’ di tempo ad ascoltare il cellulare che squillava a vuoto prima di ricordare che era notte fonda e che probabilmente chiunque nel raggio di dieci chilometri stava dormendo. Allora ho messo giù e mi sono buttata sul letto. Stavo dormendo prima ancora che la mia testa toccasse il cuscino.

La mattina dopo ho richiamato il numero indicato dall’annuncio, ma di nuovo non ha risposto nessuno. Probabilmente perché era festa, ho pensato. Così sono andata in cucina senza farmi vedere e ho preso qualche biscotto; stavo tornando in camera mia cercando di non lasciare briciole, quando We are the Champions ha invaso l’intera casa a un volume assordante. Dannazione. Avevo scordato di abbassare la suoneria. 

We are the champions, my friends.

Ho attraversato il corridoio di corsa. 

And we’ll keep on fighting ‘till the end.

Ho appoggiato i biscotti sulla scrivania lanciando un’occhiata a mio fratello che, incredibilmente, continuava a dormire come un sasso.

We are the champions-

Ho letto sullo schermo “Numero sconosciuto”.

WE ARE THE CHAM- ho risposto quasi sussurrando. 

La voce dall’altra parte era femminile. Ho detto che avevo chiamato perché avevo visto l’annuncio della macchina per scrivere su E-bay, e lei è stata gentilissima. Ha detto che sarei potuta andare a vederla quello stesso pomeriggio e che anche se era festa non c’era nessun problema. Allora io ho detto che ci sarei andata, e poi ho messo giù. 

Ho mangiato i biscotti mentre leggevo qualcosa sulla macchina per scrivere in Wikipedia, perché ho pensato che sarebbe stato meglio essere stata un po’ informata, per sicurezza. A pranzo sono uscita soltanto perché me l’ha chiesto mio fratello - ormai avevo capito che gli altri mandavano lui di proposito, dato che quelle menti diaboliche sanno che non riesco a dirgli di no -. Subito dopo ho detto che sarei andata a fare due passi. Giusto per un’oretta o due. Sono riuscita a convincere tutti che non avevo bisogno che qualcuno mi accompagnasse, e sono uscita come un fulmine, prima che cambiassero idea. Fuori faceva un freddo cane. Non ci ho messo molto a trovare la casa, e quando sono arrivata mi sono resa conto che l’avevo già vista almeno un milione di volte, passando di lì. Era una casetta bassa, con le persiane sempre chiuse, circondata da un giardino pieno di gnomi ed erbacce. Ho premuto il citofono e dopo un attimo il cancellino bianco con la vernice un po’ scrostata si è aperto cigolando. 

L’interno era immerso in penombra e l’ingresso era deserto. Sembrava decisamente la scena di un film horror. Mi aspettavo di trovare la donna che mi aveva telefonato, invece quando ho dato un’occhiata al salotto ho visto un uomo sui settanta chino su una macchina per scrivere rossa. Ho bussato alla porta socchiusa. Quello si è voltato ed è rimasto a fissarmi senza dire una parola. Ho pensato che forse aspettava che parlassi io per prima.

«Ehm… salve. Ho… chiamato stamattina e mi hanno detto di venire qui oggi pomeriggio per—»

«Questo rottame non si può usare nemmeno per scrivere la lista della spesa. Stupido nastro. Continua a incepparsi. » È andato avanti per un po’ a parlare di come quel “rottame” fosse vecchio e inutilizzabile, armeggiando con il rotolo dell’inchiostro e con i martelletti. A un certo punto ha detto: «Guarda qui. »

Non avevo nessuna voglia di avvicinarmi, ma la macchina per scrivere era lì, davanti a me, per quanto non-utilizzabile-nemmeno-per-scrivere-la-lista-della-spesa. E poi, forse, quell’uomo era solo apparentemente fuori di testa.

Allora mi sono decisa a entrare nel salottino e ho visto che lui indicava la leva di sblocco del rullo, che era ripiegata su se stessa e non si poteva più muovere né avanti né indietro. Stava lì con il dito puntato verso la leva, come se si aspettasse che facessi qualche commento, ma io non avevo la più pallida idea di cosa dire. Così ho detto: «Ehm…»

«Non te la posso certo vendere. Non vale due soldi. »

Sono rimasta per un attimo con la bocca aperta come una scema e poi sono riuscita a dire soltanto: «Ah. »

Stavo pensando che a quel punto sarei anche potuta tornare a casa – faceva un freddo tremendo lì dentro – quando il vecchio ha detto: «Ti va una cioccolata, sì? »

«Ehm… in realtà io –» Ma quello era già andato a mettere il pentolino sul fuoco. 

Stavo cercando un modo per uscire da quella situazione, ma poi ho visto un libro aperto su un tavolino e sono andata a vedere. Non ce l’ho fatta a resistere. (Più tardi ho fatto questa considerazione: è probabile che se avessi un’attrazione minore per i libri e una bella percentuale in meno di curiosità, i miei problemi si dimezzerebbero. Ma non importa.)

Era una raccolta di poesie, aperta su Monologo per Cassandra di Wislawa Szymborska. 

«Le piacciono le poesie? » Mi ero ripromessa di fare conversazione il meno possibile, ma la domanda mi era venuta spontanea. (Vedi considerazione sopra.)

Lui ha aspettato un po’ prima di rispondere. Alla fine ha detto: «Sì, si può dire che mi piacciano. »

Io intanto avevo notato un quadernetto nero pieno di scarabocchi e lo stavo sfogliando. Mi sono resa conto che gli scarabocchi erano poesie. 

«Ehi! Quello è privato! »

Non mi ero accorta che era tornato in salotto. Ho lasciato cadere il quaderno a terra (Nota per i lettori: se volete fare una buona impressione, due cose che NON dovete fare sono 1. Leggere i quaderni privati del vostro ospite e 2. Farli cadere a terra quando venite beccati. Quello che invece dovete fare è sedervi, stamparvi un bel sorriso in faccia - a trentadue denti, se li avete tutti - e tenere ferme quelle mani). 

Proferendomi in un milione di scuse l'ho rimesso a posto e poi ho preso la tazza che mi porgeva. «Sono molto belle, comunque. »

«E sono anche molto personali, a dire la verità. »

«Anch’io scrivo poesie, ma non sono belle come le sue. »

«Ah sì? È per questo che volevi la macchina per scrivere? »

Mi sono stupita che non l’avesse chiamata “rottame”. «No! Chi è che scrive le poesie a macchina? »

«Che problema ci sarebbe, scusa? »

«Le poesie si scrivono a mano. Tutti le scrivono a mano. Anche lei. »

«Che vuol dire tutti le scrivono a mano? Le poesie puoi scriverle come ti pare. »

Per un po’ non ho detto niente, ho soltanto bevuto la cioccolata. Era proprio buona, contro ogni mia aspettativa.

«E’ davvero buona, la cioccolata. »

«Tu sei proprio una persona da cioccolata, sai? »

«Perché? »

«Esistono le persone da tè, quelle da cappuccino, quelle da bibita energetica… tu sei una persona da cioccolata. »

Non sapevo cosa rispondere, quindi sono rimasta a guardare il fondo della mia tazza. Quando ho finito di bere ho dato un'occhiata all’orologio appeso alla parete e mi sono accorta che era già passata più di un’ora. 

«Adesso devo proprio andare. È stato un piacere. Grazie per la cioccolata. »

Lui si è alzato dalla poltrona su cui era seduto e ha preso la mia tazza vuota. «Oh, figurati. Piacere mio. »

L’ho seguito fino alla porta. Fuori qualche raggio di sole filtrava attraverso la coltre di nuvole in cielo. Un attimo prima che la porta si chiudesse alle mie spalle, mi sono voltata e ho visto il vecchio in piedi in mezzo all’ingresso. 

«Anche lei mi sembra una persona da cioccolata. Dovrebbe pubblicarle, le poesie. Così potrei leggerle. Arrivederci. »

Lui non ha risposto, ma mentre uscivo l’ho sentito borbottare qualcosa di molto simile a “private”.

Solo quando ho richiuso il cancellino dietro di me mi sono ricordata che alla fine la macchina per scrivere non l’avevo comprata.

 

Tutto questo è successo più di tre mesi fa. Ci ripenso mentre cammino per tornare da scuola. È una splendida giornata di sole, che illumina l’asfalto bagnato di pioggia delle strade facendolo brillare di mille riflessi. 

Arrivo davanti al mio condominio e salgo i gradini per arrivare all’ingresso. Entro e vedo un grosso pacco depositato sotto la cassetta della posta; è indirizzato a me. Lo prendo e per poco non cado all’indietro. Pesa un quintale, diamine. Lo porto di sopra con l’ascensore, apro la porta d’ingresso e lo appoggio sul tavolo del salotto per aprirlo. 

Dentro c’è una macchina per scrivere rossa nuova di zecca con un biglietto: 

 

Per scrivere le tue poesie.

 

Accanto c’è un libro. S’intitola “Persone da cioccolata”.

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I racconti di Penna a Sfera sono frutto della fantasia dei ragazzi di scuola superiore che hanno partecipato al Laboratorio di Scrittura Creativa. Invito chi li legge a tenere conto di questa provenienza e a non utilizzarli a fini impropri.

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