Un finale migliore
Erika (3E)
Liceo Statale Galileo Galilei, Caravaggio

Erano ormai giorni che navigavamo in questo mare che pareva infinito. Sono stati tutt’altro che tranquilli e piacevoli, anzi, il mare è sempre rimasto di quel blu intenso e costantemente increspato da numerose onde che lo segnavano con schiuma bianca, smuovendolo quel tanto come ad avvisarti di un’imminente tempesta. Un solo giorno si differenziò dagli altri: l’ultimo, in cui le nuvole grigie che ci avevano accompagnati lungo il nostro viaggio si spostarono mosse dal vento, lasciando che i raggi del sole ci illuminassero e al contempo ci riscaldassero, e il mare si calmò a tal punto che pareva ci fossimo fermati o che non fossimo più su una nave. Tutto questo permise ai nostri occhi di scorgere un’isola sulla linea dell’orizzonte, il nostro viaggio non era stato vano. La truppa esultò chiassosamente per la fine delle proprie fatiche e la meritata ricompensa per tutti quei giorni in mare.
Nel tratto che ci divideva da questa terra, con l’entusiasmo che cresceva, si sentivano già gli uomini che esprimevano un proprio progetto della loro futura città, della loro futura casa. Non appena arrivammo abbastanza vicini, calammo l’ancora, prendemmo tutti i nostri averi, anche se erano pochi, e li portammo sulla spiaggia senza preoccuparci di un possibile popolo già stanziato, di quello ce ne saremmo occupati a seguito.
Non appena tutto venne scaricato, ci riunimmo per decidere il da farsi che si risolse ad una semplice suddivisione dei compiti: George, Benjamin e Andrew sarebbero andati alla scoperta del posto; i fratelli Jackson e Jane sarebbero andati a cercare del cibo e William e Hardin si sarebbero occupati della costruzione delle abitazioni, dopo aver trovato un terreno adatto. Io, però, prima di iniziare il tutto preferii fermarmi un momento ad osservare ciò che mi circondava. Dalla spiaggia in cui ero si vedeva la foresta che mi si presentava subito davanti: specie diverse di alberi, da quelli a frutto ai sempreverdi, e cespugli sparsi qua e là la caratterizzavano, ognuno con tonalità diverse di verde, dal più chiaro e brillante delle piante in primo piano, a quello scuro quasi nero di quelli in fondo, dietro tutte le altre piante. Dall’insieme degli arbusti più alti che sembravano toccare il cielo, si elevavano grandi stormi di uccelli di diverse specie, distinguibili per il loro canto. Spostai lo sguardo ai miei piedi dove la sabbia quasi li copriva, dato che ad ogni passo ci affondavano dentro da quanto soffice era. La spiaggia fungeva da intermediario tra la foresta e il mare toccandoli entrambi: dal ricoprire le radici di alcuni arbusti passava al farsi bagnare dalle piccole onde del mare.
Dopo aver osservato il paesaggio e riempito le narici dell’odore della salsedine che, a differenza di quello inspirato durante il viaggio, ora mi conferiva un senso di tranquillità, mi misi all’opera andando ad aiutare gli altri nelle costruzioni.
Mentre stavo battendo il mio martello sentii un fruscio di foglie e delle voci incomprensibili. Mi distolsi dal mio lavoro e vidi Benjamin e George venirmi incontro gridando che stavano arrivando. Smettemmo tutti di lavorare e ci girammo verso la foresta dalla quale emerse Andrew accompagnato da degli uomini di carnagione scura con il volto ornato da strisce orizzontali sotto agli occhi. La mia mano stava già andando al moschetto sulla mia schiena, quando Andrew cinse le spalle di un indigeno col suo braccio destro.
Dopo qualche settimana la nostra nuova città iniziò a prendere forma poco dietro la foresta, non tanto lontano dal mare dove, dopo aver incontrato il popolo che già abitava questa terra, avevamo avuto uno scambio di culture e tradizioni, fondendoci tra noi e dando forma ad una nuova civiltà.
Mi risveglio in maniera dolorosa, la mia schiena sbatte fragorosamente a terra quando la porta della gabbia alla quale ero appoggiato viene aperta rudemente. Uno dei gentili indigeni del mio sogno mi tira con forza il braccio facendomi alzare.
Intimandomi qualcosa nella sua lingua mi indica il totem dalla testa cornuta, in parte al quale sorge una pira. Avevo visto quella scena per ogni mio singolo compagno, non mi resta che seguire arreso il mio aguzzino.
